Il dodicenne di San Vito lo Capo armato a scuola avrebbe pianificato l’aggressione

Non sarebbe stato un gesto improvviso né un momento di rabbia incontrollata. Le nuove rivelazioni pubblicate da Tp24 sul caso del dodicenne che il 29 maggio scorso tentò di aggredire con due coltelli un docente dell’istituto comprensivo Lombardo Radice-Fermi di San Vito Lo Capo delineano uno scenario complesso e inquietante, fatto di preparazione, riferimenti alla violenza online e ricerca di consenso sui social. Mentre la vicenda scolastica si è conclusa con la bocciatura e la non ammissione alla classe successiva, dopo il precedente provvedimento di sospensione deliberato dal Consiglio d’Istituto, è sul piano investigativo che stanno emergendo gli elementi più significativi. Secondo quanto ricostruito dalla testata trapanese, gli investigatori avrebbero individuato numerosi segnali pubblicati dal ragazzo nelle ore e nei giorni precedenti all’aggressione. Contenuti che, riletti alla luce di quanto accaduto, rafforzerebbero l’ipotesi di un’azione meditata e non estemporanea. L’attenzione degli inquirenti si sarebbe concentrata soprattutto sull’attività online del minore. Messaggi, immagini e riferimenti simbolici avrebbero mostrato un interesse per episodi di violenza scolastica già avvenuti in passato, oltre alla costruzione di un’immagine personale studiata e condivisa sui social poco prima dell’ingresso a scuola. Particolarmente rilevante sarebbe anche il contesto digitale nel quale il ragazzo si muoveva. I contenuti pubblicati non sarebbero infatti rimasti isolati, ma avrebbero ricevuto commenti, interazioni e manifestazioni di approvazione che ora sono al centro degli approfondimenti investigativi. Proprio per questo la Procura per i Minorenni di Palermo avrebbe esteso l’attenzione oltre la figura del dodicenne. L’obiettivo è comprendere se, all’interno delle reti social frequentate dal ragazzo, vi siano stati soggetti che possano avere incoraggiato, alimentato o sostenuto il progetto violento. La vicenda di San Vito Lo Capo, partita come un isolato episodio di violenza scolastica, si sta così trasformando in un caso che interroga famiglie, scuola, istituzioni e magistratura sul rapporto tra minori, social network e processi di radicalizzazione che possono svilupparsi dietro lo schermo di uno smartphone.