Caso Cavallotti, le confische senza condanna, la CEDU scuote il codice antimafia italiano

di Redazione Alpa Uno ·

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Assolti con formula piena, ma privati di tutto: beni, aziende, risparmi. È il cortocircuito giudiziario che porta oggi l’Italia davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che ha deciso di esaminare il caso dei fratelli Cavallotti affidandolo alla Grande Camera, trasformandolo in un “caso pilota” destinato a fare giurisprudenza. Per Strasburgo non si tratta di una vicenda isolata, ma del possibile sintomo di una falla strutturale nel sistema antimafia italiano. La storia è quella di due imprenditori di Belmonte Mezzagno, finiti per anni sotto processo e infine assolti “perché il fatto non sussiste”. Eppure, nonostante l’innocenza accertata, lo Stato ha confermato la confisca del loro patrimonio, applicando le misure di prevenzione previste dalla legge Rognoni-La Torre. Un impianto normativo nato per colpire le ricchezze mafiose, ma che oggi finisce sotto la lente europea per il suo utilizzo anche in assenza di una condanna penale. A guidare la battaglia legale è l’avvocato alcamese Baldassare Lauria, che parla senza mezzi termini di “giustizia dispotica” e di un sistema che avrebbe introdotto una forma di responsabilità basata sul sospetto più che sulla prova. Nel mirino c’è la logica delle confische di prevenzione: uno strumento che consente allo Stato di sottrarre beni ritenuti frutto di attività illecite anche senza una sentenza definitiva di condanna, fondandosi su indizi di “pericolosità sociale”. Il nodo esplode nel 2011, quando il Tribunale di Palermo – allora presieduto da Silvana Saguto – poi travolta da uno dei più gravi scandali della magistratura antimafia italiana che le costò la radiazione dall’albo e che si trova in carcere dall’ottobre 2023 – dispose il sequestro dei beni dei Cavallotti, nonostante l’assoluzione definitiva fosse già intervenuta l’anno precedente. Da quel momento, per gli imprenditori si apre una parabola discendente fatta di spoliazione economica e marginalità sociale. “Assolti perché non mafiosi, ma considerati comunque appartenenti alla mafia”: è questa la sintesi brutale offerta dalla difesa, che evidenzia una contraddizione destinata ora a essere valutata a livello europeo. Se la Grande Camera dovesse accogliere il ricorso, l’impatto sarebbe dirompente: l’Italia potrebbe essere costretta a rivedere profondamente il proprio Codice Antimafia.

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