Bandiere Blu, la costa trapanese bocciata ancora una volta

di Redazione Alpa Uno ·

Bandiere Blu, la costa trapanese bocciata ancora una volta

La Sicilia sale a quota sedici Bandiere Blu per l’estate 2026, ma sulla mappa del mare eccellente diffusa dalla FEE resta ancora un vuoto che pesa come una bocciatura simbolica: la provincia di Trapani continua a non ottenere neppure un vessillo. Fuori ancora una volta San Vito Lo Capo, Castellammare del Golfo, Marsala, Mazara del Vallo e le Isole Egadi. Località considerate tra le più belle del Mediterraneo ma evidentemente ancora non allineate ai parametri richiesti dalla Fondazione per l’Educazione Ambientale. Eppure, in alcuni casi, questa esclusione apre anche una riflessione più ampia sul delicato equilibrio tra tutela ambientale, fruibilità e pressione turistica. Dietro i trentatré criteri della FEE c’è infatti un modello preciso di gestione delle spiagge che comprende servizi, organizzazione del litorale, accessibilità e infrastrutture. Elementi fondamentali per garantire sicurezza, inclusione e qualità dell’accoglienza, ma che in territori particolarmente fragili pongono inevitabilmente il tema dell’impatto sul paesaggio naturale. Luoghi come la Riserva Naturale Orientata dello Zingaro o le cale più selvagge di Favignana sono celebri proprio per la loro natura aspra e incontaminata. La sfida diventa quindi trovare un equilibrio tra accessibilità, tutela dell’ambiente e conservazione dell’identità originaria dei luoghi, evitando che la ricerca di standard turistici uniformi finisca per alterare ecosistemi delicati. Questo però non assolve le amministrazioni dalle proprie responsabilità. Perché il vero nodo delle Bandiere Blu non riguarda soltanto i servizi visibili sulla spiaggia, ma soprattutto le infrastrutture fondamentali che incidono direttamente sulla salute del mare: depuratori efficienti, reti fognarie adeguate, gestione dei rifiuti e contrasto all’inquinamento. Ed è probabilmente su questi aspetti che la costa occidentale continua a pagare il prezzo più alto. Non tanto per l’assenza di comfort turistici, quanto per ritardi strutturali che pesano sulla sostenibilità complessiva del territorio. Perché se la bellezza naturale non basta più da sola, anche la rincorsa alle certificazioni non può trasformarsi in una standardizzazione delle coste a discapito della loro identità.

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