Alcamo, operazione “Pionica”: l’ambientalista Culmone tirato in ballo negli affari della mafia

Spunta una società e un nome alcamese dall’inchiesta che ha portato a 12 arresti ieri nell’ambito dell’operazione che ha visto finire in carcere gli alcamesi Vito e Roberto Nicastri e diversi esponenti della mafia di Calatafimi, Vita e Salemi. Si tratta della “Paulownia social project srl” con sede a Roma che ha come amministratore unico Girolamo Culmone (nella foto), 54 anni, alcamese e noto volto ambientalista, direttore della Riserva di Siculiana ed ex direttore della Riserva delle Saline.

Su di lui e sulla società che amministra al momento non c’è alcun provvedimento: “L’Autorità giudiziaria non ha ravvisato allo stato attuale alcun reato, non è escluso che vi saranno ulteriori approfondimenti” afferma Diego Berlingieri, capitano del Nucleo investigativo del comando provinciale di Trapani. Resta però qualche ombra ancora del tutto da dissipare attorno a questa società nata come una start up nel 2014, finanziata in parte attraverso il famoso crowdfounding, vale a dire piccole azioni vendute a chi crede nel progetto.

Il suo piano aziendale era quello di piantare in provincia di Trapani 13 mila esemplari di Paulownia, appunto, albero dal legno flessibile e pregiato, buono per mobili o snowboard. Ancora oggi questa società risulta essere affittuaria dei terreni di proprietà della famiglia del senatore Antonio D’Alì per la produzione di questa Paulownia. Un’operazione in cui c’è di mezzo Girolamo Scandariato, figlio del capomafia di Calatafimi, che come documentato dai carabinieri avrebbe in prima persona contrattato per l’affitto del fondo agricolo.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti questo sarebbe stato uno dei business della mafia che voleva investire su “un’agricoltura alternativa” nell’ottica di avere importanti introiti che potessero anche sostentare, da quanto emerge, la latitanza di Matteo Messina Denaro, l’imprendibile latitante di Castelvetrano. “No comment” sono le uniche parole proferite in merito da Culmone che quindi, almeno in questa prima fase, evidentemente preferisce non dichiarare nulla.

Pare che Scandariato in realtà si interessasse nell’affare e che avesse investito acquistando sementi e vari fertilizzanti: “La strat up- aggiunge Berlingieri – era da immaginare come una piccola scatola chiusa in un’altra più grande che faceva gli interessi di Cosa nostra la quale a sua volta avrebbe realizzato due guadagni: la vendita del legname in prima battuta e l’acquisto delle sementi e di tutti i prodotti necessari per la coltivazione. Riteniamo che la società sapesse con chi avesse a che fare, i rapporti che vengono instaurati sono rapporti di conoscenza”.

A Girolamo Scandariato viene contestato il 416 bis con l’accusa di “avere messo a disposizione di Cosa nostra le sue competenze tecniche e la relativa attrezzatura, finalizzata alla bonifica di locali dalla presenza di eventuali microspie – dicono gli inquirenti – ma anche di estorsione”.