Alcamo-Emergenza idrica, la grande sete e i costi per comprare acqua

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E anche dopo sei giorni di attesa oggi i rubinetti sono rimasti a secco nelle zone in cui doveva arrivare il prezioso liquido. Ovvero zona di piazza della Repubblica, via Fusinato etc. Rabbia. Proteste. Indignazione. Delusione per un servizio essenziale andato in tilt e che sembra aggravarsi ogni giorno di più. Molti diranno che anche in passato i turni di attesa erano molto lunghi. Ma non si verificavano tali odierni gravissimi disagi grazie all’uso dei pozzi privati. E che la materia dei pozzi andasse regolata è evidente. Ma oggi in piena emergenza forse il Comune potrebbe chiedere al prefetto una conferenza di servizi per studiare il modo di requisire i pozzi per prelevare l’acqua a pagamento per usi non potabili per come avveniva da oltre un decennio. In questo modo ci sarebbero meno disagi anche per le consegne rapide. Si preleverebbe meno acqua al Bottino che andrebbe nella rete idrica interna. E meno versamenti del Comune per acquistare l’acqua da Siciliacque.  Questo tipo di suggerimento non deve essere interpretato come effetto di congiure e complotti verso il Comune perché ciò sarebbe un segno di debolezza. Un modo per rifiutare la realtà quando questa risulta spiacevole. Intanto la media delle richieste presentate all’Ufficio servizi tecnici, la sede è presso l’ex carcere di Alcamo, è di circa 100 domande al giorno. Le richieste riguardano l’acquisto di acqua, a mezzo autobotti private, che viene prelevata al Bottino. Presentata l’istanza al Comune e fatto il relativo pagamento l’acqua, tramite autobotti, arriverà per essere versata nelle cisterne delle abitazioni, entro 48 ore.  Le cento istanze presentate mediamente ogni giorno rappresentano la metafora di una città assetata. Poche le proteste. Acqua. Acqua. Acqua. Bisogna risalire al 1929 quando dai rubinetti pubblici iniziò a scorrere l’acqua delle sorgenti sui monti di San Giuseppe Jato le cui condutture vennero realizzate,  nel tempo del fascismo, grazie al quello che è passato alla storia come il prefetto di ferro: ovvero Cesare Mori che col suo intervento fece ritirare i mafiosi. Poi sotto la sindacatura di Vito Filippi la scelta, rivelatasi felice di gestire in proprio il servizio acquedotto perché con l’Eas sappiamo come è andata a finire in tanti comuni. Poi dopo anni grazie all’ex sindaco Giuseppe Sucameli la captazione delle sorgenti di Cannizzaro, oggi ferme da quasi tre anni. Captazione dalle sorgenti e quindi dell’acqua di Cannizzaro sulla spinta dell’ex consigliere comunale Ignazio Caldarella che occupò nel 1986 ininterrottamente la sala consiliare per 89 giorni. Seguì alcuni anno dopo il rifacimento della rete idrica interna, grazie ai finanziamenti ricevuti per interessamento dell’ex ministro Enza Bono Parrino. Tentativo purtroppo andato a vuoto quello dell’uso dell’acqua di contrada Finocchio. Trenta litri al secondo, ma oltre un anno di analisi hanno confermato che non può essere assolutamente usata perché contiene tanto ferro da potere realizzare chilometri di linea ferrata. E in tempi recentissimi la chiusura dei pozzi privati e il regolamento per acquistare l’acqua direttamente dal Comune. Acqua che nella maggior parte dei casi arriva dalle sorgenti di Montescuro. A Siciliacque il Comune di Alcamo versa 0,69 centesimi più Iva a metro cubo. A fine agosto si saranno prosciugati ben 800 mila euro di fondi comunali e quindi dei cittadini alcamesi. Per arrivare a dicembre occorrerebbero altri 500 mila euro da trovare probabilmente con gli assestamenti di bilancio. Una storia infinita quella dell’acqua ad Alcamo, con sorgenti oggi al minimo a causa della siccità, e con la soluzione del problema che sembra ancora lontanissima. E i disagi sono destinati a continuare, sopportati dal cattolicissimo popolo alcamese con cristiana rassegnazione. Restano parole al vento i proclami durante le campagne elettorali per le comunali.