Alcamo-Confisca a Lipari, decide la Corte d’Appello

Un’udienza durata per quasi tutta la giornata quella celebrata ieri davanti ai giudici della Corte d’Appello di Palermo. Un contraddittorio tra  procuratore generale e la difesa rappresentata dagli avvocati Alfredo Galasso e Saro Lauria. Dopo la discussione i giudici si sono riservati la decisione, che sarà nota al massimo entro una ventina di giorni. La sentenza riguarda la confisca dei beni all’alcamese Mario Lipari, che come tante altre persone si trova in una posizione paradossale. Ovvero è stato assolto in maniera definitiva da un’accusa di mafia, scaturita una ventina di anni fa, ma nonostante sia stato scagionato ha dovuto prima consegnare allo stato un’abitazione di Alcamo Marina, poi l’appartamento, dove viveva con la moglie, che si trova nel viale Europa. I difensori hanno esposto alla Corte questo assurdo giuridico. E in effetti lo Stato forse ha capito che in molti casi ha sbagliato. Da un anno circa si registra un’inversione di tendenza con  la restituzione, anche recente a Palermo, di beni sequestrati per decine di milioni. I giudici nei provvedimenti di restituzione affermano che se uno viene assolto non è perseguibile la via dei sequestri e confische, né si può essere perseguiti quando non ci sono prove concrete. In questo meccanismo è caduto l’alcamese Mario Lipari. Lipari, ex camionista per quasi 40 anni col suo camion, di giorno e di notte, col freddo e col caldo, ha viaggiato su tutte le strade italiane per il suo lavoro. Finì in un’inchiesta di mafia. Ma da tale vicenda è uscito pulito. Venne atto sloggiare dalla sua abitazione del Viale Europa, praticamente in mutande assieme alla moglie, alla quale non venne concesso nemmeno il tempo di portare via le medicine. Solo dopo un paio di mesi gli è stato consentito di rientrare, per poche ore, nella sua abitazione per prendere qualche oggetto. Ora si attende la sentenza e i difensori sperano che sia fatta giustizia restituendo a Lipari quanto gli è stato tolto.